martedì 30 agosto 2016

Le ali inchiodate dell'Europa smemorata

Quando al pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, che aveva partecipato alla resistenza contro Hitler, fu chiesto come mai lui, pastore, avesse potuto collaborare all'organizzazione di un attentato, rispose: «Se un pazzo, alla guida di un'auto, travolgesse i passanti sulla via principale di Berlino, mio dovere sarebbe non solo di soccorrere i feriti, ma anche di fermare quel pazzo». Tali parole mi sono tornate alla mente di fronte alle agghiaccianti immagini della strage di Nizza. È incredibile come a distanza di settant'anni la parabola hitleriana così delineata da Bonhoeffer sia divenuta cruda realtà. Realtà che accade entro un paese libero, o almeno che si crede tale, mentre è invero costretto entro le maglie di una politica insana, di un panorama socio-culturale gravemente compromesso. Il sogno dell'Europa unita, sta lasciando il passo all'incubo del terrorismo e del delirio di onnipotenza di alcune filosofie edoniste e tecnoscientiste.
Questa nostra Europa appare quanto mai simile all'uccello imprigionato tra i rami che ha dipinto Samuel Bak, acuto interprete ebreo del dramma della Shoah.

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Il volatile, azzurro come la bandiera europea, risulta già precario e fragile per esser fatto da pezzi di legno e cartoni inchiodati l'uno con l'altro, alla bell'e meglio. Al centro del corpo un pezzo di staccionata ricorda prepotentemente le divise di Auschwitz. Il volo di questo improbabile uccello, se c'è stato, è durato poco. Si è incagliato tra i rami di un albero e, per quanto lo sguardo resti orientato al cielo, corpo e ali sono irrimediabilmente intrappolati, mentre le bende che avvolgono i rami lasciano intendere le ferite riportate e la difficoltà a ripartire.
Sul network, come sui giornali, si scontrano opinioni differenti: gli speranzosi contro i pessimisti a oltranza; gli uomini che si ostinano a non vedere il pericolo incombente contro quelli che, invece, sono paralizzati dalla paura. Dove sarà la verità? Dov'è la nostra Europa?
Né di qua né di là, credo. La speranza vera è nella realtà nuda e cruda, quella bisogna guardare e da lì ripartire per la ripresa.
Tutto ciò mi fa pensare a «l'usignolo dell'imperatore» di Hans Christian Andersen. I racconti di questo narratore danese, erano anche frutto del panorama incantevole che si snoda tra la Costa Azzurra e la Riviera ligure, visitata nel 1833. A Sestri levante, dove in un muro della città si leggono le parole a lei dedicate da Andersen, si afferma che la madre di Hans avesse antiche origini liguri. La favola è nota: l'imperatore cinese, che aveva desiderato avere presso di sé un usignolo godendo del suo canto, lo abbandonò in favore di un altro usignolo, tempestato di gemme preziose e dotato di un magnifico carillon. Quest'oggetto frutto di raffinata gioielleria gli parve assai meglio del pennuto che viveva nel suo giardino. Ben presto, però, il canto ripetitivo del carillon si fermò, il meccanismo si era inceppato e l'uccello smise di cantare. L'imperatore si ammalò gravemente e fu allora che rimpianse il vero usignolo, invocandolo tra le lacrime. Il ritorno del volatile risanò il malato riportandolo alla serenità.
La favola insegna che i progetti fatti a tavolino, dimentichi della realtà, hanno breve durata e portano alla morte. L'Europa, come il volatile di Bak, è tenuta insieme da una moneta (fragile), da leggi scritte a colpi di martello e chiodi, non reggerà l'urto di fronte a chi, invece, resta tenacemente radicato nella sua storia. Dimenticare le radici giudaico-cristiane, dimenticare soprattutto di difenderle, insegnarle, di educare i figli a partire da questo grande patrimonio, non gioverà all'Europa. Come scrisse Dawson: «Una società che ha perduto la sua religione è destinata presto o tardi a perdere la sua cultura» e, aggiungo io, a perire sotto i colpi impazziti del primo terrorismo di turno.

(da Avvenire, Maria Gloria Riva)

lunedì 29 agosto 2016

Köder, il pittore con la tonaca che dipinse la misericordia

Tempo d'estate, le case si svuotano. Le cronache, invece, continuano a essere piene zeppe di fatti incresciosi, si caricano di nuovi drammi: uccisioni, attentati, furti estivi, profanazioni.
Siamo nell'anno della Misericordia eppure sembra che la misericordia sia fuggita dal nostro mondo. Rimane solo perché chiamata a gran voce dalla fede della Chiesa e dalle lacrime dei credenti. Sieger Köder, artista scomparso recentemente, sacerdote tedesco che ha illustrato quasi tutta la Bibbia, condensa tutte le sette opere di misericordia dentro una casa.


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Le rivisita con un'edizione, per così dire, familiare. Certo non è una casa qualunque, è la casa di Betania, la casa di Marta, di Maria, di Lazzaro. È la casa degli amici di Gesù.
In primo piano ci sono mani che danno da mangiare, spezzano il pane per un povero; come ha fatto Cristo con noi, prima di morire. Questo gesto è la chiave d'apertura per tutto il dipinto. In una casa, prima del pane o del cibo, si spezza il proprio cuore, il proprio corpo, in favore di coloro che amiamo.
Segue una donna vestita di rosso. Rimanendo tenacemente ancorato all'antica tradizione, che riconosceva in Maria di Betania la Maddalena, Köder la veste appunto di rosso, con i capelli sciolti. In lei si nasconde anche un'altra donna del Vangelo cui Cristo ha chiesto da bere: la samaritana. Non fa meraviglia che l'uomo assetato abbia il volto di Gesù, egli stesso aveva detto: «Un bicchiere d'acqua dato a un povero nel mio nome, sarà come dato a me». L'acqua del resto, segna il centro del quadro. Di che cosa abbiamo sete? (e qui il riferimento alla Samaritana è evidente). Nella calura dell'estate giunge appropriata la domanda: di che cosa abbiamo sete?

Sieger Köder, Mi avete dato da mangiare (Le opere di misericordia corporale), olio su tela XX sec. Collezione Privata
(da Avvenire, Maria Gloria Riva)


sabato 5 marzo 2016

Da Bruegel la metafora della coppia e del nostro tempo

Si è fatto improvvisamente aperto e largo il passaggio al centro della piazza dove si scontrano il carnevale e la quaresima. Parodie, al tempo dell'autore Peter Bruegel, di due Chiese in lotta: Luteranesimo (il carnevale) e Cattolicesimo (la quaresima). Oggi non sapremmo identificare così chiaramente i due schieramenti, giacché il carnevale abbonda ovunque e la quaresima, se c'è, sembra essere relegata ai luoghi dove imperversa la dittatura e il terrorismo.
In realtà, come nel dipinto di Bruegel, anche noi che camminiamo nel bel mezzo del carnevale siamo profondamene segnati dal dramma della quaresima. Lo dice la coppia che si fa strada, appunto, nel centro della piazza. Lui e lei che camminano scortati da una specie di giullare. I due personaggi sono per Bruegel un'altra allegoria delle due Chiese, dove l'uomo con la gobba, simbolo del peso dei peccati, è la Chiesa luterana (la quale tolto il sacramento della penitenza, non aveva modo d'esser perdonata), mentre la donna con la lampada sulle spalle, significa una cattolicità che, dovendo esser luce del mondo, ha dimesso la lanterna, contentandosi di seguire la luce di questo mondo.
Usciamo dalla metafora bruegeliana e ci accorgiamo come il significato non cambi e il senso dell'opera conservi tutta la sua drammaticità. Vedo in questa coppia spaesata, la coppia umana, quella tra un uomo e una donna, quella che fonda le sue radici, non tanto in un costume religioso, ma nei principi che regolano la natura dell'uomo da sempre. L'uomo, che si getta alle spalle il peso dei suoi peccati, pare proprio la personificazione del pensiero moderno che del peccato e del senso del peccato se ne fa un baffo. Se lo getta dietro le spalle come un balocco ormai destinato a morire. Poi non importa se, svuotandosi i confessionali (gratuiti), si riempiono gli studi psichiatrici e le sale d'accoglienza degli psicoterapeuti (costosissimi) nel tentativo (vano) di togliere quel malessere, quel senso d'insoddisfazione profonda il cui nome è semplicemente senso di colpa! Non importa, l'essenziale è emanciparsi da un sentire religioso bigotto e assordante, la coscienza.

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La donna cammina a lato, totalmente docile alla guida del suo uomo, veste ancora all'antica, anzi gli abiti sono decisamente frusti, sono gli abiti della penitenza. Ma la lampada, segno della sua stessa essenza (la donna è luce in una casa), sta dietro la schiena del tutto inutilizzata. Ravviso in quest'attempata signora, la società occidentale con le sue infinite lamentazioni sulle crisi attuali, che piange miseria, ma non riesce neppure a distinguere il bene dal male, il vero dal falso e gira con la luce della sua sapienza dietro le spalle, perdendo così tempo e denaro. Chi guida e l'uno e l'altra è in realtà il giullare che, nel panorama simbolico di Bruegel, è lo stesso demonio. Solo lui ha la fiaccola e ci auguriamo che almeno riesca a vedere, dato che la maschera gli avvolge il capo! Non ci è consentito, infatti, capire se quest'ultima gli lascia liberi gli occhi. Certo è che il suo abito reca i colori dell'inganno, il rosso e l'azzurro e della follia, il giallo.
Non si fatica a scorgere in questo bizzarro folletto le mode eccentriche ed edoniste che ci circondano, tutte orientate al sentimento e alle soddisfazioni di sé, ma che non giungono a una vera lettura critica della realtà perché sono autoreferenziali e sciolte (ab-solute) da ogni vincolo con la verità. Non si fatica a scorgere quei poteri che impediscono all'umanità di vedere la tragedia degli uomini che stanno attorno a loro, come la coppia di Bruegel non si accorge per nulla dei poveri e degli storpi dai quali è circondata.

(da Avvenire, Maria Gloria Riva)

domenica 21 febbraio 2016

De Chirico e l'urgenza di padri misericordiosi

Era stato allevato in seno a una famiglia cattolica, Giorgio de Chirico, poi come tanti, si era perso per strada, inseguendo le sue aspirazioni di successo e di felicità nell'arte, che tanto amava. Eppure le parole del Vangelo, le sue immagini erano sempre rimaste là, nel fondo dell'anima, come qualcosa di irrinunciabile perché componente essenziale della sua formazione umana e culturale. Così la parabola del figlio prodigo sarà ripetutamente evocata dalle opere dell'artista. E non a caso. De Chirico, infatti, s'identificava con le sue architetture umane: manichini ben curati, perfettamente metafisici, capaci cioè di potente rimando ad altro. S'identificava anche con il protagonista della tela Il ritorno del figlio prodigo.



  
È proprio l'artista, il figlio manichino che ha percorso un lungo tratto di strada, tutto di corsa. Niente ha lasciato al caso, ogni dettaglio è curato nei minimi particolari, questo figlio ha il corpo di chi pratica culturismo. De Chirico precorre inconsapevolmente i tempi, anticipando quanti, oggi, vogliono un figlio self made, fabbricato secondo i parametri desiderati: quid intellettivo alto, nessuna anomalia fisica; capelli, occhi, profilo perfetto. Tutto secondo le esigenze personali!
Alle spalle del figlio-manichino si profila un paesaggio collinare, forse italiano, ma che tanto ricorda anche il profilo, tra monte e mare, di Volos, località natale dell'artista. Dall'altro lato, ecco un edificio rosso, come le architetture di Ferrara, città prediletta da De Chirico. Così la nostalgia di Volos, nostalgia di una terra incontaminata, dove l'intervento dell'uomo è ridotto al minimo e in assoluto rispetto con l'ambiente, e gli impulsi di un presente d'avanguardia, simboleggiati dal palazzo rinascimentale, sono l'ideale sfondo di questo incontro e lo sigillano.
Un incontro sorprendente. La corsa del figlio, verso il futuro, si è arrestata di colpo. Tutte le sue pretese di progresso e di autodeterminazione sono lì, di fronte all'imprevisto. È accaduto un fatto inusitato: il padre, simile a una statua greca, ha lasciato la sua ieratica classicità, il suo piedistallo e si è fatto incontro. Nell'articolo Statues, Meubles et Généraux (Il meccanismo del pensiero, p.277-278) De Chirico ebbe a dire che una statua poggiata direttamente sul pavimento, procura un'emozione nuova, in grado di aumentare lo spaesamento e la sorpresa. Niente di più sorprendente, dunque, di una statua poggiata sul selciato della strada! Niente di più stupefacente di un padre che ha lasciato il suo trono ed è andato incontro al figlio il quale, nella sua ricerca di perfezione, ha dimenticato la forza sovversiva della carità e della misericordia.
Quanto ci è necessario un ritorno simile a quello del figlio dechirichiano! Sì, dobbiamo pregare che il passato ci venga incontro, che i nostri padri lascino il loro piedistallo, le loro certezze acquisite e si sbilancino verso di noi, figli-manichini incapaci di consegnare il mondo al Caso (che è il Nome laico di Dio). Abbiamo bisogno della carità, per giudicare i desideri indiscriminati del tecnicismo post-moderno, una carità che tenga conto della giustizia, una giustizia che abbia il volto della misericordia. Come il padre di De Chirico che non ha abbassato il tiro, non ha imitato il figlio per compiacerlo nelle sue velleità, ma ha indossato il suo frac e con la signorile serenità di chi è certo del vero, è sceso dal suo piedistallo per offrire al figlio manichino l'abbraccio dell'amore.

(da Avvenire, Maria Gloria Riva)

Il grande silenzio

Al regista Philip Groning é stato concesso il permesso di girare un film sulla vita dei monaci. Per quattro mesi, tra la primavera e l'estate del 2002, Groning ha vissuto nel monastero e ha seguito i monaci con la telecamera. Ha messo insieme una grande mole di materiale (circa 120 ore) dal quale sono tratti i 160' di questo viaggio in una realtà appartata e umile, densa di suggestioni. Lo sguardo di Groning é timido, leggero, quasi impaurito. E con lui, anche noi, piccoli ingranaggi dalla vita frenetica, siamo invitati ad assaporare quel silenzio, a ridare valore agli oggetti, alle nude pareti, agli elementi naturali, a un crocefisso ligneo che restituisce la semplice centralità dell'essere umano, creato a somiglianza di Dio. Alcuni canti, i rintocchi della campana, i momenti della meditazione, la neve che crea divertimento e imbarazzo. La preghiera lega insieme il trascorrere delle ore, allarga gli spazi, amplia gli orizzonti. Ne esce un film da vedere all'inizio con qualche comprensibile 'fatica' (é anche un esperimento di 'linguaggio' filmico) ma poi lasciandosi andare al flusso delle immagini, alla sensazione di 'toccare' qualcosa di intangibile ma di totalmente nostro. E questa condizione allora non é più quella del 'silenzio' ma quella di una voce altissima, di dolore, di comprensione, di speranza di salvezza. 





  


  


  


  


  


 

mercoledì 17 febbraio 2016

I cappellani militari durante la Grande Guerra




I cappellani militari, o “soldati di Dio” come qualcuno li ebbe a definire, furono a tutti gli effetti tra le figure più importanti e significative della Grande Guerra. I soldati trovavano nel proprio cappellano un prezioso confidente, un ponte tra l’orrore della guerra e i ricordi della propria terra o della propria famiglia; una speranza tra la violenza e la morte. Grazie alla figura del cappellano, il soldato poteva sentirsi al riparo dai turbamenti che la guerra procurava. Il richiamo alla dimensione religiosa era spesso in grado di attenuare o perfino annullare i sentimenti negativi.
da RAI STORIA

martedì 16 febbraio 2016

La chiesa e i cattolici durante la Grande Guerra



3 settembre 1914: Giacomo della Chiesa, nominato cardinale di Bologna da soli 3 mesi, viene inaspettatamente eletto papa con il nome di Benedetto XV.  La guerra è alla vigila di una delle sue svolte decisive, la battaglia della Marna.  Da subito il nuovo pontefice denuncia la follia del conflitto e immediatamente si adopera per cercare di limitarne l’estensione e per promuovere le condizioni di un pace rapida, senza vincitori né vinti.  I suoi appelli restano inascoltati.  Nel frattempo il cattolicesimo italiano, in gran parte neutralista, non riesce a fare fronte comune con le altre forze contrarie all’intervento, socialisti e liberali giolittiani, per mantenere l’Italia fuori dalla guerra.  Nel filmato interviene lo storico Alberto Melloni.
da RAI SCUOLA